Locandina Gomorra Gomorra è un libro sul potere.
Stabilire se si tratti di un romanzo o di altro è una “questione di lana caprina”, come del tutto condivisibilmente affermato da Wu Ming 1, che usa per esso l’espressione “oggetto narrativo non identificato” (”indifferentemente narrativa, saggistica e altro: prosa poetica che è giornalismo che è memoriale che è romanzo”).

Non costituisce un “semplice” (in accezione non limitativa) reportage sulla camorra e sugli eventi che hanno coinvolto Napoli, il casertano e in generale la Campania specie negli ultimi 15 anni, sebbene ovviamente sia anche questo, e gran parte della sua strutturazione ricordi per l’appunto una puntata di Report.
Ma da un lato i continui riferimenti all’organizzazione camorristica, al “Sistema” [cit.], come metafora esemplare del capitalismo corrotto (una similitudine frequente, che percorre, e si ripresenta in, quasi tutti i vari episodi*), e d’altro canto la rivendicazione teoretica e di poetica della “parola” quale unico e potente strumento per contrastarla (attribuzione attuata per mezzo di un linguaggio materico, con parole che si vogliono fare avvicinare al grado zero; e ribadita da un esplicito richiamo testuale a Pasolini, la cui importanza centrale è determinata dal fatto che costituisce una lunga dichiarazione dell’io narrante/narratore, il momento più esteso in cui compare direttamente), contribuiscono in maniera secondo me fondamentale a porre la soggettività romanzesca di Saviano, il cui unico punto debole mi sembra un inutile andare, a tratti, sopra le righe, un calcare la mano che svela la propria artificiosità.

Il film è liberamente tratto da alcune delle storie del libro.
Mentre questo possiede la precisione della forza documentaria, inappuntabile, indiscutibile, Garrone sceglie una maggiore evocatività, procede per passaggi allusivi, che a volte rasentano, in sé, l’incomprensibilità (come nella scena dell’asta per le sartorie).
Punta più decisamente sulla potenza delle immagini, segue con minore distanza analitica i personaggi, si confonde tra loro e le loro parlate dialettali nei panni di una camera a mano che tuttavia quando occorre sa tramutarsi, staccarsi in piani sequenza, campi lunghi e panoramiche.
Ma questa maniera di girare, pure affermando con decisione la presenza autoriale (e poetica), risulta in ogni caso messa al servizio della “gomorrità”, sceglie in sostanza un’altra strada per rendere lo stesso massimamente vivido il soggetto trattato.

Siamo dunque in presenza di due opere piuttosto differenti, per quanto palesemente basate sulla medesima traccia.
Due declinazioni dello stesso tema, che andrebbero fruite insieme per un disegno generale, ma a una certa distanza (anche temporale) l’una dall’altra per cogliere appieno la forza e l’artisticità di due grandi autori.

*Nel film questi riferimenti metaforici al Sistema sembrano mancare, trovandosi unicamente in brevi e ficcanti accenni/battute (assegnati al personaggio interpretato da Servillo, nel cui episodio compare non a caso, come coprotagonista, la figura incarnazione del narratore/cosceneggiatore Saviano).

Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, 2006, 15,50 €

Matteo Garrone, Gomorra, Italia, 2008

Siamo stati via a causa del trasloco, ma ora grazie al solerte matteotrattino siamo tornati in pista! Ringrazio tutti i lettori e i collaboratori di Sottotomo per la pazienza:-)

Nel gruppo anobii dedicato a Palahniuk Derf segnala che il 20 maggio uscirà negli Stati Uniti Snuff, e che il libro è già prenotabile su amazon. Suggerisco ai palafuffdipendenti il barbatrucco dell’ordine su amazon.co.uk dove stando bene accorti è possibile recuperare l’edizione con copertina originale (quella inglese è terribile) da uno dei rivenditori, risparmiando qualcosa sulle spede di spedizione.

Tanto per darvi un’idea, se non bastasse il titolo, il promo recita:

Six hundred dudes
One porn queen
A world record for the ages

Inizia il conto alla rovescia…

adv.jpgAggiornamento: le perverse leggi del web advertising colpiscono anche il sito ufficiale di Palaciuk. Oltre al banner notevole anche il rettangolo (sempre dedicato a Virgola, mentre scrivo) abbinato a un post sui Fight club

.

scarpe_italiane.jpgPrima cosa: dimenticatevi di Wallander. Non c’è, non è mai esistito, non ha diritto di cittadinanza in questa storia.

Mi ricordai che talvolta mi diceva che la vita assomiglia al rapporto che le persone hanno con le proprie scarpe. Non si può sperare o convincersi che vadano bene. Le scarpe strette appartengono alla realtà.

Dodici anni su un’isola deserta tra i ghiacci svedesi per dimenticare un tragico errore non bastano a farsi dimenticare dalla vita, che ripiomba su Fredrik Welin nei panni di una donna del passato. Gli errori si pagano, ma la scelta di sprofondare la propria anima nel ghiaccio può essere riscattata. Anche da chi, fino alla fine, ha da offrire solo le proprie debolezze.

In questo libro c’è molto dolore e molto amore, equamente distribuiti con parole essenziali messe in bocca a personaggi che tacciono più di quanto dicano e riescono ciò nonostante a farsi capire benissimo.

Henning Mankell, Scarpe italiane, Marsilio, € 18
Foto: Steffe

Dato che chi passa di qui poi si lamenta della piega depressiva delle ultime letture, un consiglio in linea con l’arrivo della luce e della primavera.

Tre buoni motivi per leggerlo:
1) a differenza dei libri di McCarthy non fa venire voglia di partire a cavallo per la prateria per farsi ammazzare sulla frontiera mentre si cerca qualcosa che tanto non c’è
2) ci trovate davvero di tutto (e non tutto è allo stesso livello), ma gli “articoli rifiutati da Rolling Stone” sono davvero esilaranti e il linguaggio ombelicistico-epico degli originali è centrato in pieno
3) pesa poco ed entra in borsetta, in più le comode fascette risparmiano l’uso del segnalibro

Un buon motivo per tenerlo sullo scaffale: la copertina

Rocco Tanica, Scritti scelti male, Bompiani 14 €

favorite.jpgSe doveste preparare un tè per Emma Bovary sapreste resistere alla tentazione di convincerla a lasciar perdere Rodolphe e trovarsi un’occupazione?
Se Anna Karenina vi chiedesse la marmellata riuscireste a non suggerirle di tenersi lontana dai binari?

Anne-Marie e Penny, madre e figlia, sono le proprietarie di un bed&breakfast davvero singolare. Perché le ospiti più frequenti sono le eroine in temporanea fuga dalle loro tormentatissime storie e per Penny, quindicenne, non è sempre facile rispettare la regola e non interferire.

Per fortuna le eroine non ascoltano molto, più che altro spiluccano con aria drammatica il cibo in circolazione, versano fiumi di lacrime e dormono moltissimo.

La trovata di Eileen Favorite ha i suoi risvolti leggeri, ma non lasciatevi ingannare, non siamo dalle parti spensierate di Jasper FForde.
I tormenti de Il bosco delle storie perdute non sono solo quelli delle eroine dei romanzi ma delle donne reali che lo abitano, perse a loro volta nell’espiazione del passato (Anne-Marie) e nella conquista della propria identità (Penny).

Eileen Favorite non gestisce al meglio il passaggio tra registri e punti di vista; molti passaggi, compresa la fine, galleggiano privi di un’intenzione.
La lettura resta piacevole e i ritratti delle eroine così come i capitoli dedicati alle ragazze interrotte la suggeriscono.

Eileen Favorite, Il bosco delle storie perdute, Elliot, 17,50 €
Foto: Consumerfriendly

Per i lettori/scrittori ansiosi di cimentarsi con un breve racconto sul tema “1908-2008 Cent’anni di donne” segnalo che ha appena preso il via il quinto concorso letterario legato al bookcrossing.

Per partecipare basta avere un account su bookcrossing.com, qui trovate il bando e tutte le info

blood.jpgSe il titolo fa pensare a un manuale di auto aiuto non è colpa di Stieg Larsson, che aveva scelto, per il primo capitolo della trilogia Millenium, il più suggestivo The girl with the dragon tattoo.

Non solo, in questo come in altri casi (comprensibili alla luce del marketing per un paese dove si legge poco),  La versione angolosassone del titolo sposta l’attenzione su uno dei centri pulsanti di questo giallo svedese: il personaggio di Lisbeth Salander, di professione ricercatrice per una ditta di security, di natura sociopatica borderline.

Perché nell’affannoso tentativo di Mikael Blomkvist, reporter investigativo, di immergersi nella famiglia Vanger fino a scoprire chi dei suoi membri ha ucciso molti anni prima la sedicenne Harriet, Lisbeth gioca un ruolo essenziale.

Riassumere il disagio di chi, a forza di sentirsi trattare da anormale, si convince di esserlo. Scardinare con la sua logica non lineare ma perfettamente razionale, i ruoli di vittima e carnefice.

Come dice Lisbeth, Mikael è invece afflitto dal complesso “dell’uomo perbene” ma questo non gli impedirà di arrivare a fondo in una storia familiare in cui non sembrano esistere innocenti.

Non vi lasciate spaventare dalle mole di 676 pagine, questo è davvero un giallo che si legge d’un fiato. Certo, si respira tutt’altra aria dalle indagini mankelliane, i tocchi di streotipo a partire dalla stessa Lisbeth non mancano, ma è una lettura coinvolgente che intreccia il gusto per le cronache familiari al tema del giornalismo investigativo e della sua etica.

Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio, 19,50 €

Foto: Lastexit

Un barbiere radeva la morte, un magazziniere la vestiva, un infermiere la spogliava, uno scritturale segnava delle date accanto ai numeri dopo che, per ciascuno di essi, l’alto camino aveva fumato in abbondanza.

Per dimenticare la retorica dei campi ci vogliono una trentina di pagine.
Gli aggettivi si assottigliano, le frasi si fanno più brevi e puntuali, senza capire bene quando è successo ci si ritova nella baracca di Dachau. Accanto a Boris Pahor, internato sloveno assegnato dal destino e dalla volontà alla cura degli infermi. Senza eroismo né l’orgoglio della vittima che porta in trionfo postumo la sua umiliazione.

Piuttosto come un testimone che non si rassegna a confinare lo sdegno in una giornata commemorativa, che si domanda com’è possibile che il rumore degli zoccoli di tela non sia nelle strade dove dovrebbe rivivere ogni giorno, come monito e denuncia.

Questo libro ha la forza straordinaria di ciò che non si accontenta di sembrare vero.
Le atrocità sono così calate nell’umanità delle vittime e dei carnefici da essere totalmente e dolorosamente presenti senza mai ricorrere a un sentimentalismo che davvero sarebbe umiliare nuovamente chi non è tornato.

Boris Pahor, Necropoli, Fazi, 16 €

cirox_eden.jpgNon quello di Mattatoio n.5.
Non quello che è stato prigioniero a Dresda durante la Seconda guerra mondiale.
Non quello che ci ha lasciato quasi un anno fa, probabilmente per Trafalmadore.

Non Kurt, ma Mark, suo figlio.

Mark che ha mollato tutto (anche lui, non si esce dal filone) per fondare una comune nella British Columbia e a un certo punto è semplicemente impazzito.

Non nel modo carino in cui pensiamo che impazzirebbe un hippie, ma come tutti quelli in cui un bel giorno la schizofrenia si sveglia e inizia a mordere.
Era la fine degli anni Sessanta, di droga ne girava, ma non lasciatevi fuorviare dalle note di colore: viveva nel modo più naturale/ eppure è impazzito, si strafaceva come tutti/e quindi è impazzito.

A distanza di vent’anni Mark, vinta la malattia e diventato pediatra, racconta quegli anni, rivive e fa vivere il flusso allucinatorio.
Per dire che semplicemente la pazzia la puoi avere dentro, e un bel giorno può mangiarti la vita, nel cuore della foresta come nel centro di New York. La differenza è che nel primo caso non puoi dire che la follia è “la risposta ragionevole a un mondo insensato”.

La colpa la puoi sempre dare ai tuoi gentiori, alla tua educazione, alla tua cultura, alle droghe, alla tua fidanzata, e saranno tutte risposte vere, nessuna delle quali ti aiuterà minimamente a guarire.

Mark Vonnegut ha trascorso parecchio tempo in clinica psichiatrica e ne è uscito, imparando molte cose su se stesso e sul modo in cui funzioniamo.
La cosa più rimarchevole è l’onestà con cui racconta ogni caduta e ogni illusoria risalita. Mettendo finalmente da parte ogni morale, non come un hippie ingenuo ma come chi ha attraversato il suo personale abisso e ha voluto comprendere ogni cosa: la ragione e il delirio.

Mark Vonnegut, Eden Express, Piemme, € 16,50
Foto: Cirox

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